Come cambiano le cose se l’Odissea è raccontata non dal punto di vista di Ulisse, ma da quello di Telemaco? Chi ha letto l’Odissea si sarà chiesto cosa pensassero la moglie e il figlio di Odisseo di quel padre leggendario, di quel marito assente: Telemachia dà alcune risposte, attraverso la storia –dolorosa ed esaltante come tutte le storie di crescita– che trasforma un bambino in un uomo. Ma non si tratta né di una riscrittura, né di una diversa ambientazione, né di una trasposizione. L'Odissea c'è tutta, con i personaggi, i luoghi e la trama, con Sparta e Itaca pietrosa, con i Proci e Penelope e il porcaio Eumeo e la vendetta finale. L’autore, infatti, non ne ha stravolto la struttura narrativa, ma se ne è servito come un musicista si può servire di una base ritmica, inserendovi l’armonia, i diversi strumenti con le loro voci, le variazioni di timbro. Lettura dalla parte di Telemaco, dicevamo.
E quindi gli “eroi” non sono i guerrieri invecchiati che combatterono sotto le mura di Troia, ma i loro figli, che prendono il potere (o tentano di farlo) ribellandosi in qualche modo alla generazione che li ha preceduti pur subendone l'ancor potente influenza. Insomma, un’impostazione molto moderna sia nelle chiavi di lettura che utilizza sia nei messaggi che vi traspaiono. Ma il bello è che anche chi non ha mai letto l’Odissea può godersi lo stesso questo romanzo, può condividere la frustrazione di Telemaco, può capire che l’ombra colossale del padre sia un fantasma del quale è obbligatorio liberarsi per crescere, può rendersi conto che gli eroi non esistono davvero e che ci sono solo donne e uomini che, affrontando il dolore e il distacco dalla propria fanciullezza, riconoscono alla fine se stessi, nel bene e nel male. E forse, proprio a chi non conosce il poema originale, il romanzo di Roberto potrebbe anche far venire la voglia di leggerlo per la prima volta.
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